Anche quest’anno, dal 18 al 20 aprile, la città di Forlì ha ospitato Human Rights Nights Film Festival, il festival di cinema e arti dedicato ai diritti umani.
“È essenziale fare arrivare anche a Forlì il messaggio dell’importanza dei diritti umani. Ed è stato di grande conforto sapere di poter contare sull’aiuto economico di molti Enti per la terza edizione forlivese del festival”. Con queste parole Paolo Zurla, Presidente del Polo Scientifico Didattico di Forlì, ha dato inizio al primo appuntamento del festival, che si è tenuto il pomeriggio del 18 aprile presso l’Aula Mazzini.
La prima parte del pomeriggio ha voluto essere un momento introduttivo all’evento e ha sentito gli interventi di Gianfranco Marzocchi (Assessore alla Cultura e all’Università del Comune di Forlì) e di Giulia Grassilli (Direttrice Artistica Human Rights Nights Festival), oltre che del già citato Paolo Zurla.
Marzocchi ha messo in evidenza la forte valenza culturale del festival in quanto opportunità per Forlì di approfondire due grandi temi della nostra epoca: migrazioni e diversità. Due realtà, ha sottolineato più volte l’Assessore, che non costituiscono un problema ma una sfida in quanto portatrici di cambiamenti profondi, di cui la città di Forlì assieme all’Università sono consapevoli: “Il cambiamento è la sfida che dobbiamo saper vivere e governare. Un cambiamento profondo che accompagna altri cambiamenti”.
A seguire Giulia Grassilli ha presentato brevemente la programmazione delle proiezioni nelle tre giornate del festival che riflettono i focus tematici scelti per Forlì: Acqua preziosa: i diritti alle risorse idriche; la guerra nei Balcani, Azzurro e rosa: i diritti violati dei bambini e delle donne, Medio Oriente: guerra eterna.
Nella seconda parte del pomeriggio è stata introdotta la prima tematica del festival, quella cioè dedicata al diritto dell’acqua, durante la quale sono intervenuti Stefania Greggi (Responsabile Ambiente, Qualità, Sicurezza e Politiche Sociali di Romagna Acque - Società delle Fonti S.p.A) che ha presentato l’operato della Società, e Andrea Segrè (Preside Facoltà di Agraria, Università di Bologna).
“L’acqua è un bene molto prezioso che può essere causa di conflitti”, spiega Stefania Greggi, “e oggi una delle azioni di Romagna Acque - Società delle Fonti S.p.A è anche quella di sensibilizzare al tema dell’acqua”. Infatti, la società opera in un territorio, la Romagna appunto, in cui il problema delle risorse idriche è sempre esistito: “Marziale, in uno dei suoi epigrammi, diceva che vi era più vino che acqua dappertutto e che meglio sarebbe stato possedere una cisterna di acqua a Ravenna che una vigna”, ricorda Greggi. Ed è per dare risposte di qualità al tema del rifornimento idropotabile romagnolo che nel 1966 nasce il Consorzio Acque Forlì/Ravenna, trasformatosi poi in Romagna Acque - Società delle Fonti S.p.A nel 2004, che gestisce, in un efficace equilibrio economico ed ambientale, la diga di Ridracoli e l’acquedotto romagnolo. Oggi l’Ente è impegnato ad utilizzare la ricchezza idrica presente nel territorio nella maniera più appropriata e competente dal punto di vista professionale: migliorando le tecnologie che consentono di renderla disponibile e di buona qualità, senza sprechi e nel rispetto dell’ambiente.
Il problema della disponibilità delle risorse idriche sta assumendo una rilevanza notevole in concomitanza con gli andamenti climatici che fanno sentire la loro influenza a livello mondiale e in stretto rapporto alla quantità di sprechi che se ne fanno, e non solo nell’ambito civile. Come ha fatto notare Andrea Segrè: “In Italia, la politica agricola d’oggi ha una grande dispersione d’acqua, con un 60% di consumo annuale per usi agricoli”. Il rimanente della risorsa idrica va all’industria (il 25%) e al consumo civile (il 5%). Con consumo civile si intende l’uso d’acqua per: bagno/doccia, sanitari, bucato, lavaggio di stoviglie, cucina, auto/giardino, altri usi e, infine, bere che costituisce, paradossalmente, l’utilizzo più basso che gli individui fanno di questa risorsa. Paradossalmente perché se da un lato ci sono Paesi, come l’Italia, in cui ci si può “ancora permettere” un consumo medio d’acqua pro capite di 250l/giorno – a fronte dei 40-50l giornalieri necessari per vivere! –, dall’altro esistono oggi 29 Paesi al di sotto del fabbisogno idrico vitale e 1,3 miliardi di individui senza accesso d’acqua potabile, che saranno, secondo le stime, 3,4 miliardi tra il 2025 e il 2035.
Eppure l’acqua è l’elemento costitutivo della vita, aspetto “talmente ovvio”, sottolinea Segrè, “che quasi non ce ne rendiamo conto e per quanto la sua essenzialità sia universalmente riconosciuta, ciò non compare nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”. Se, infatti, durante la prima Conferenza mondiale sull’acqua, tenuta a Mar del Plata nel 1977, si era stabilito che l’accesso all’acqua era un diritto umano, concetto ribadito poi alla Conferenza sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992, nel secondo Forum mondiale dell' acqua (Aja, 2000), si afferma che si tratta di un bisogno. Lo stesso viene confermato nel terzo Forum mondiale dell’acqua che si è svolto a Kyoto quest’anno. “Il concetto di bisogno è ben diverso da quello di diritto”, fa notare Segrè, “mentre il secondo racchiude in sé l’idea di responsabilità collettiva nel favorire le condizioni affinché il diritto possa essere esercitato, con il primo la responsabilità ricade sul singolo”.
“L’acqua è l’oro blu del ventunesimo secolo”, conclude Segrè, “dobbiamo creare una cultura dell’acqua. I cittadini vanno educati ad un uso razionale e sostenibile della risorsa. E questo vale sia per gli abitanti del Sud del mondo sia per noi, perché anche noi corriamo il rischio della mancanza d’acqua e non dobbiamo pensare che le risorse siano infinite”.
Un esempio di come l’acqua si sia trasformata in “petrolio del ventunesimo” secolo lo da Thirst (Alan Snitow, Deborah Kaufman, USA/2004, 62’), il primo dei tre documentari in programma per la giornata. Thirst, mostra la corsa di alcune multinazionali, appoggiate dalla Banca Mondiale, per la privatizzazione dell’acqua, innescando conflitti in varie parti del mondo. In particolare, il documentario presenta i casi di India, Stati Uniti (California) e Bolivia dove si sono formati movimenti popolari di opposizione al processo di privatizzazione, lotte che denunciano un prezzo dell’acqua uguale a quello del latte e il cui motto si può sintetizzare in: “Acqua per la vita, non per il profitto”. Interessante il caso descritto dell’India, dove gruppi di donne protestano per non perdere il controllo sulle risorse idriche e lavorano per costruire bacini d’acqua vicini alle zone abitate: “Gli uomini non ci aiutano, come facciamo a lavorare e a tenere i bambini?”, protesta una delle donne. La necessità di gestire liberamente le proprie risorse idriche risulta più sentita dalle donne che dagli uomini, sui quali non ricadono le responsabilità di cura.
La seconda proiezione, il cortometraggio Zulfiya (Saodat Ismailova, Uzbekistan-Italia/2003, 10’), mostra una donna sola alla ricerca disperata di acqua per il figlio. Il lago prosciugato dell’Aral in cui è ambientata la storia, i colori sabbiosi della fotografia e il pianto costante del bambino trasmettono tutta la drammaticità della situazione.
Infine, l’ultimo documentario del pomeriggio, L’acqua che non c’è di Alessandra Speciale (Burkina Faso-Italia/2002, 45’), denuncia la lotta quotidiana della popolazione in Sahel per l’accesso all’acqua, aggravata dagli assurdi processi di privatizzazione. In primo piano le donne e i bambini che ogni giorno compiono decine di chilometri per raggiungere l’unico pozzo d’acqua disponibile, davanti al quale devono poi attendere pazientemente il loro turno.
Il festival è continuato alla sera presso la Sala Polivalente del Circolo Arci Valverde dove è stata introdotta la tematica relativa alla guerra nei Balcani con la proiezione del film inchiesta Souvenir Srebrenica (Roberta Biagiarelli e Luca Rosini, Bosnia Erzegovina-Italia/2006, 87’) che mostra il genocidio bosniaco avvenuto a Srebrenica nel 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. Scopo del film, che utilizza materiali molto crudi, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze del massacro, considerato uno dei più terribili avvenuti in Europa dopo quello della Seconda Guerra Mondiale. In sala erano presenti il regista Luca Rosini e Francesco Privitera (Istituto per l’Europa Centro-Orientale e Balcanica).
“Non si può pensare ad un rapporto equo tra le nazioni senza avere in mente cos’è stata Srebrenica che oltretutto è in Europa”, ha sottolineato più volte il regista al termine del film, “Non si può parlare di diritti umani senza parlare di Srebrenica. Ci si ricorda dell’olocausto ma bisognerebbe ricordarsi anche di Srebrenica, visto che è più vicina cronologicamente, quindi ci riguarda più da vicino”.
L’atrocità del genocidio acquista ancora più significato se pensiamo che è avvenuto poco più di dieci anni fa in una Europa che si stava costituendo: “Dopo 50 anni abbiamo riproposto il genocidio di 50 prima” sottolinea il prof. Privitera, “Abbiamo costruito l’Europa contemporanea sulla dissoluzione della Yugoslavia”. L’Europa di oggi, che vuole essere multiculturale, nascerebbe sulla distruzione di un modello positivo di multiculturalità rappresentato dai Balcani. Per un approfondimento sul rapporto Europa/Balcani, Privitera consiglia il libro di Rada Ivekovic: “La balcanizzazione della ragione”, edito da Manifestolibri nel 1995.
Durante il secondo appuntamento del Festival, che si è svolto nel pomeriggio di giovedì 19 aprile presso l’Aula Magna, è stato affrontato il tema dei diritti dei minori e delle donne. Hanno partecipato alla giornata: Paolo Zurla; Margherita Collareta (Assessore alle Pari Opportunità, Provincia di Forlì-Cesena); Eva Carmen Carbonari (Consigliera di Parità, Provincia di Forlì-Cesena) e Raffaella Baccolini (Studi Interdisciplinari su Traduzioni, Lingue e Culture, Università di Bologna).
Nonostante in Italia tra il 2000 e il 2006 si siano fatti molti investimenti in progetti per favorire le Pari Opportunità tra donne e uomini e si sia così diffusa, in parte, una cultura dell’uguaglianza tra i generi, i dati ci parlano ancora di: difficoltà delle donne di accedere ai ruoli più alti nell’ambito lavorativo – il famoso soffitto di cristallo!-; elevati tassi di abbandono del posto di lavoro da parte delle madri alla nascita del primo figlio; una grande differenza di genere nella fruizione dei congedi parentali; un carico del lavoro di cura e domestico che pesa ancora troppo sulle donne; un numero altissimo di donne che subiscono molestie sessuali; una bassa occupazione femminile. Questa la situazione italiana su cui devono intervenire le politiche di Pari Opportunità per una diffusione concreta dei diritti delle donne.
“La Provincia ha deciso, senza esitazioni, di aderire all’iniziativa di Human Rights Nights”, ha puntualizzato l’Assessora Collareta, “perché i diritti umani sono ancora a rischio e ciò che ci mostrano i documentari del festival sono la dimostrazione che quello che succede altrove ci riguarda. Diamo per acquisito e garantito il diritto ma in realtà non lo è. I problemi globali sono anche locali, basti pensare alle donne immigrate che si fanno carico del lavoro di cura delle donne italiane”.
Le discriminazioni subite dalle donne, soprattutto nell’ambito lavorativo, vengono messe in evidenza anche dalla Consigliera di Parità Eva Carmen Carbonari, figura istituzionale il cui ruolo è promuovere e controllare i principi di uguali opportunità e non discriminazioni per donne e uomini nel lavoro: “Le Leggi di tutela esistono ma sono spesso disattese soprattutto nel settore privato”, sottolinea la Consigliera. È importante diffondere quindi la cultura di parità presso le aziende, ma anche nelle scuole e in tutte le strutture pubbliche.
L’ultimo intervento della giornata è stato quello di Raffaella Baccolini che ha introdotto e commentato i documentari in programma. “È difficile trovare un aggettivo per descriverli”, ha esordito, “provocano disagio, sono un pugno allo stomaco, in ogni caso credo che ciò sia un bene perché così non ci permettono di abituarci ai temi che trattano”.
In effetti, i film parlano di sfruttamento minorile e di perdita dell’infanzia: è il caso di What is the future? (Swapan Mukherjee, India/2006, 14’), che ci descrive la condizione di migliaia di bambini indiani che lavorano per la produzione delle scarpe; o è il tema presentato in Gara De Nord (Antonio Martino, Italia-Romania/2006, 25’), film inchiesta sulla situazione in cui vivono moltissimi bambini rumeni dopo la caduta del regime di Ceausecu: per le strade di Bucarest, in particolare nei pressi della stazione Gare du Nord, o nei canali sotterranei della città, chiedendo l’elemosina e prostituendosi. Questi bambini sono abbandonati a loro stessi, spesso vittime della pedofilia o di automutilazioni: “Quando non sai con chi prendertela”, puntualizza un bambino del film, “te la prendi con te stesso”.
Un altro tema emerso è quello delle donne migranti: in Made for Sale (Dina Al-Joundi, Libano/2005, 53’) viene raccontata la situazione di moltissime donne dello Sri Lanka che, costrette dalla povertà, lasciano il loro paese per andare a lavorare come domestiche in Libano. Una volta arrivate al paese di destinazione, queste donne vengono private del passaporto, spesso chiuse a chiave in casa dove lavorano senza sosta come schiave.
Dati statistici mondiali dell’immigrazione ci parlano di un numero sempre più grande di donne in movimento, nella maggior parte dei casi dai paesi poveri a quelli ricchi. Ciò si situa all’interno del processo di globalizzazione, in cui i paesi economicamente più avanzati attingono da paesi del Sud del mondo risorse femminili, e con esse le funzioni associate al ruolo tradizionale di moglie (cura dei figli e delle persone anziane, gestione della casa, sessualità di coppia), risorse che svolgono lavori a cui le donne a medio e alto reddito del Primo Mondo non sono più nella condizione o non hanno più voglia di dedicarsi. Allo stesso tempo, le donne del Terzo Mondo otterrebbero la propria realizzazione materiale solo assumendo ruoli domestici abdicati dalle donne del Primo Mondo. “Ma sarebbe un errore”, puntualizza Baccolini, “considerare l’emigrazione femminile solo come una risposta ad una sinergia di bisogni. Ciò significherebbe non prendere in considerazione le responsabilità dei governi e degli uomini”. Insomma, le donne straniere che lavorano come domestiche, assistenti agli anziani o prostitute non rappresenterebbero il costo dell’emancipazione femminile tout court, non sarebbero semplicemente coloro che permettono alle donne occidentali di condurre un alto stile di vita, piuttosto la loro presenza consente agli uomini di continuare a non partecipare ai lavori domestici e di cura.
Nel pomeriggio sono stati proiettati anche i film-documentari Maquilapolis (Vicky Funari, Sergio De La torre, Messico-USA/2006, 60’), But we are strong (Jeni Lee e Sarah Wishart, Sierra Leone-Australia/2006, 30’), Sari’s mother (James Longley, USA-Iraq/2006, 21’) e Pane e Zolfo (Gillo Pontecorvo, Italia/1956, 13’).
Il primo, descrive la città delle maquiladoras, Tijuana - Messico. Le maquiladoras sono fabbriche di proprietà di multinazionali straniere che entrano in Messico per il lavoro a basso costo, producono televisioni, indumenti, cavi elettrici, ecc. A Tijuana emigrano moltissimi messicani, la stragrande maggioranza donne, per poter lavorare nelle maquiladoras. Ma le condizioni lavorative e di vita in questa città sono terribili: le persone sono sottopagate, la maggior parte soffre di disturbi fisici a causa della costante esposizione a sostanze tossiche, i fiumi sono inquinati, i bambini nascono con gravi malformazioni, in città non c’è elettricità né rete fognaria. Il documentario ci racconta, in particolare, il caso di Carmen: sola con tre figli, pagata 6 dollari al giorno, che soffre di disturbi ai reni e di avvelenamento da piombo. Lei, assieme ad altre donne, che tra l’altro hanno collaborato alla creazione delle idee e delle immagini del film, si sono unite per far fronte alle violazioni dei loro diritti e al degrado ambientale e si sono costituite Defensoras promotoras de los derechos de la mujer y de los derechos laborales. Tijuana è un esempio forte dell’impatto ambientale e sulla salute degli individui di un’economia globalizzata che segue le proprie leggi senza guardare in faccia a nessuno: la crisi economica globale e la disponibilità di lavoro a più basso costo in India e in Cina sta facendo trasferire le aziende di Tijuana, lasciando i lavoratori disoccupati.
But we are strong, il secondo documentario in programma, racconta la storia di cinque donne sopravissute alle atrocità della guerra civile in Sierra Leone durata 11 anni. È la loro forza e resistenza che viene messa in evidenza dal documentario: sono forti per loro stesse e per i loro figli, nonostante le violenze subite, nonostante abbiano visto le loro madri violentate e uccise dai componenti del gruppo armato ribelle, il Fronte Rivoluzionario Unito.
Sari’s mother racconta la storia di una madre irachena che, sullo sfondo della guerra, cerca disperatamente le cure che possano alleviare il dolore del figlio colpito dall’AIDS a causa di una trasfusione di sangue infetto. È il dolore di una madre che non può vedere suo figlio giocare come tutti gli altri bambini perché indebolito dalla malattia. È la lotta di una donna nella lotta generale della guerra.
Baccolini fa giustamente notare come il punto di vista di questi documentari sia quasi sempre occidentale rispetto al luogo e al problema: “La prospettiva occidentale ci fa percepire le realtà rappresentate lontane, permettendoci di sentirci in qualche modo migliori”. Ma la proiezione di Pane e Zolfo di Gillo Pontecorvo, pur scostandosi in parte dalla tematica generale scelta per la giornata, serve a riportarci alla nostra realtà: il cortometraggio descrive la lotta sindacale dei lavoratori della miniera di zolfo di Cabernardi di Sassoferrato (Ancona), contro la sua chiusura, in parte ingiustificata, voluta dalla Montecatini, proprietaria dell’impianto. La protesta dei minatori culmina con l’occupazione della miniera, durata 40 giorni, e si conclude con la chiusura definitiva del luogo e l’emigrazione di molti operai in Belgio.
La seconda giornata del festival si è conclusa presso la Sala Polivalente del Circolo Arci Valverde con la proiezione di Journey to Darfur, un documentario realizzato da Gorge Clooney insieme al padre Nick in Ciad e Darfur, dove dal 2003 è in atto un conflitto tra il governo Khatoum e gruppi di ribelli. Il film vuole sensibilizzare sul genocidio in Darfur e sulla situazione in cui vivono milioni di sfollati. In sala era presente Arrigo Pallotti (Facoltà di Scienze Politiche “R. Ruffilli”, Università di Bologna).
L’ultimo incontro di Human Rights Festival di Forlì si è svolto nel pomeriggio di venerdì 30 aprile presso l’Aula Magna, dove è stato trattato il tema “Medio Oriente: guerra eterna”. I film in programma: Iraq in fragments di James Longley (Iraq-USA/2006, 94’) e Lion of the desert di Moustapha Akkad (Libia-Usa/1998, 173’), presentati da Marcella Emiliani (Facoltà di Scienze Politiche “R. Ruffilli”, Università di Bologna).
“I film di oggi”, esordisce Emiliani, “sono molto diversi tra di loro, però hanno ovviamente un filo conduttore comune che è come le popolazioni civili vivono le guerre, che possono essere guerre dichiarate nel nome della lotta globale al terrorismo per l’esportazione della democrazia, come quella che è stata dichiarata contro l’Iraq dal 2003, o una guerra esplicitamente coloniale come quella descritta in Lion of the desert”.
Iraq in fragments è un film documentario: il regista è andato in Iraq nel momento in cui scoppiava la guerra ed è riuscito a filmare ciò che stava accadendo per circa due anni (2003/2004). Il titolo del film si deve a due motivi. Il primo: Longley l’ha girato quasi rubando la realtà di quanto andava vedendo. Il secondo, “e questo è forse il peggior difetto del film”, puntualizza Emiliani, ha a che vedere con il fatto che il regista presenta un Iraq diviso in tre parti: la parte sunnita, quella sciita e quella curda. “Ritengo questo un difetto perché è l’evoluzione della guerra che ha incancrenito questa situazione. Fino all’autunno del 2003, la guerra è scoppiata il 20 di marzo di quell’anno, c’era ancora una vaga possibilità che l’Iraq potesse concepirsi come un paese unitario. Poi per gli errori commessi dagli americani l’Iraq è oggi effettivamente un paese diviso in tre parti”, continua la professoressa.
La prima parte del film riguarda i sunniti: racconta la storia della guerra vista con gli occhi di un bambino di 11 anni, orfano di padre, che fa il garzone in un garage di Baghdad, al servizio di un proprietario dispotico. Il bambino non capisce cosa stia succedendo, si ricorda la Baghdad di prima e quella con la guerra non gli piace. A scuola lo indottrinano adesso come lo indottrinavano prima: un tempo a favore del regime di Saddam, ora contro quell’ordine politico. Sogna di diventare un pilota per vedere la realtà dall’alto e fuggire così alle brutture a cui è costretto ad assistere.
La seconda parte del documentario è girata a Najaf, nel periodo in cui il leader radicale sciita Moqtada al Sadr sta facendo della guerra il trampolino per costruire le sue fortune politiche, usando l’antiamericanismo come arma di costruzione del proprio consenso. Assistiamo qui alla cerimonia della Shura, una delle più importanti per gli sciiti: Longley riprende la festa nella grande scuola coranica di Najaf, celebrata per la prima volta dopo 30-40 anni in cui Saddam l’aveva vietata. In questa parte si possono sentire gli sciiti discutere degli americani, considerati occupanti che se ne devono andare più in fretta possibile, e chiedersi se la democrazia significa bombe che continuano ad esplodere.
Infine, la terza parte del filmato riguarda il Kurdistan: viene descritta la vita dei bambini curdi che vanno a pascolare le pecore, a lavorare in una fabbrica di mattoni e cominciano a sperare in un futuro migliore. È importante tenere presente che i curdi sono grati agli americani visto che Saddam ha tentato di sterminarli.
“È un film che vale perché è il prodotto di uno dei pochi filmaker che si è trovato in Iraq nel corso della guerra e ha potuto registrare quanto stava succedendo”, conclude Marcella Emiliani.
Infine, Lion of the desert è un film voluto da Gheddafi per mostrare al mondo intero gli orrori del colonialismo italiano in Libia. Fatto con un enorme dispendio di mezzi, è un classico film holliwoodiano, con un cast eccezionale: Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger ed Irene Papas. Se in Italia non è mai stato ufficialmente proiettato – “Il film è sgradito”, dirà il sottosegretario agli esteri Costa nel 1981, su indicazione di Andreotti – in Libia, per un periodo, veniva trasmesso alla tv anche tre volte al giorno: “una dose massiccia di indottrinamento su quanto e come sia stato odioso il colonialismo italiano”, ha sottolineato Marcella Emiliani.
Il leone del deserto a cui fa riferimento il film è Oumar Mukhtar, leader della resistenza in Cirenaica all’invasione fascista e alla repressione di Graziani.
I film in lingua originale sono stati sottotitolati in italiano da alcuni studenti della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì – Università di Bologna.
I promotori dell’evento sono stati: Alma Mater Studiorum, Università di Bologna - Sede di Forlì, l’Assessorato alla Cultura e all’Università del Comune di Forlì, l’Assessorato alle Pari Opportunità e l’Assessorato alla Pace e ai Diritti Umani della Provincia di Forlì-Cesena, le Consigliere Provinciali di Parità, la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, Romagna Acque - Società delle Fonti S.p.A., l’Istituto per l’Europa centro-orientale e balcanica e Ser.In.Ar. |