Andrea Cristiani
Daniela Venditti
Aspetti della cultura e della società inglese e americana nello specchio deformato di una rivista tra le due guerre: “Omnibus” (1937-1939)
All’indomani della scomparsa di Leo Longanesi, così Eugenio Montale rievocava sulle pagine del «Corriere della sera» una delle iniziative editoriali più interessanti uscite dalla vulcanica attività di questo giornalista/scrittore:
Nel ’37 ebbe inizio la sua seconda importante attività pubblicistica: la rivista «Omnibus», il primo nostro settimanale di attualità politico-letteraria, che ebbe numerosi imitatori. (Si disse che il titolo fosse stato accettato senza entusiasmo da Mussolini, che avrebbe preferito «Romolo»). Il nuovo settimanale durò appena due anni e finì dopo un colloquio di Longanesi con Mussolini. Evidentemente lo spirito scarsamente conformista di quell’effemeride aveva dato fastidio a troppa gente.[1]
Per fortuna lo sciagurato suggerimento di Mussolini venne lasciato cadere e rimase invece evocata, nel titolo scelto da Longanesi, l’idea del viaggio su un mezzo di locomozione antiquato, ma solido e capiente in grado di contenere quanti si abbandonavano al piacere di lasciarsi trasportare in giro per il mondo.
Il 28 marzo 1937 usciva, dunque, a Roma il primo numero di «Omnibus». È una data importante nella storia del giornalismo italiano, in quanto con questo settimanale nasce il modello di periodico «a rotocalco» fino ad allora pressoché sconosciuto in Italia.
Il primo numero della rivista di Longanesi (16 pagine del formato dei quotidiani la cui struttura rimase pressoché inalterata fino al definitivo sequestro) si articolava su varie rubriche e appuntamenti più o meno fissi per onorare il programma annunciato nel sottotitolo che recitava «settimanale di attualità politica e letteratura».
La prima pagina, per esempio, si annunciava con un commento politico rivolto ad un fatto del giorno, assai stringato e conciso nella formulazione, per lasciare il posto a una “gigantografia” a sei colonne col compito di completare e dilatare la secchezza argomentativa del testo attraverso la dirompente eloquenza del messaggio iconografico.
Nella seconda, la rubrica Guerra e Pace era dedicata alla politica estera ed era forse quella meno gradita a Mussolini, perché non sufficientemente allineata come invece doveva essere – e in effetti era – la stampa ufficiale.
Seguivano in terza pagina saggi riguardanti temi di vario genere, o racconti, spesso inframmezzati da una colonna in corsivo intitolata di volta in volta Storie Brevi, Carte Parlanti o Giro del Mondo, rassegna di barzellette, aneddoti e curiosità spigolati in giro per il mondo. La quarta, la quinta e la sesta pagina raccoglievano racconti in traduzione, articoli riguardanti personaggi più o meno famosi, servizi dall’estero, note di costume, rubriche di moda.
Il sofà delle muse, a pagina sette, ospitava sempre temi di carattere letterario: una vera e propria vetrina della letteratura internazionale, in cui comparivano recensiti autori americani, tedeschi, francesi, inglesi, irlandesi, slavi oltre che naturalmente italiani.
Ad attirare il grande pubblico era poi anche sicuramente la nona pagina intitolata Giorno e notte. Era interamente dedicata al cinema, con le due rubriche Nuovi Film (recensioni di film, hollywoodiani e non, che venivano proiettati nelle sale italiane) e Celluloide, due o tre colonne di cronaca, curiosità e pettegolezzi su Hollywood e dintorni.
La pagina dieci conduceva il lettore ad un appuntamento fisso, quello con il romanzo a puntate firmato da autori per lo più americani come Dashiel Hammett (tradotto da Elio Vittorini), Ring Lardner, Ben Hecht, ma anche italiani come Tito Spagnol e Mario Soldati.
Nella pagina successiva compariva a titolo corrente Giallo e rosso con le rubriche fisse di Bruno Barilli (Il Sorcio nel Violino) e di Alberto Savinio (Palchetti Romani), che ospitavano rispettivamente divaganti cronache di spettacoli musicali e di rappresentazioni teatrali.
L’ultima pagina era lasciata alla graffiante satira di costume espressa attraverso vignette, disegni e caricature di Mino Maccari e Amerigo Bartoli e dello stesso Longanesi.
Il primo numero vendette più di quarantamila copie e fu un grande successo editoriale. Nelle intenzioni del suo direttore, «Omnibus» infatti intendeva rivolgersi ad un vasto pubblico, senza per questo cedere alla banalità e alla retorica spicciola. La qualità infatti dei collaboratori, degli interventi e delle immagini rivela chiaramente che «Omnibus» fu un prodotto d’élite, e il segreto del suo successo – lo ricorda Oreste Del Buono – risiedeva nel fatto che «essendo scritto in gran parte da scrittori che imparavano a fare i giornalisti sotto la guida di Leo Longanesi, fu un giornale scritto straordinariamente bene».[2]
Longanesi compariva di rado sulle pagine del periodico, si limitava a firmare come direttore responsabile, ma in ogni pagina è riconoscibile l’impronta della sua personalità: dalla veste tipografica, alla scelta delle immagini, allo stesso taglio stilistico in quanto spesso amava calarsi negli scritti dei suoi collaboratori per uniformarli, snellirli, renderli tesi e scattanti nel ritmo narrativo (Montanelli e Staglieno).
In effetti per la maggior parte dei suoi giovani collaboratori Longanesi fu un vero e proprio maestro non solo di stile giornalistico ma anche di vita spingendoli a guardare con occhio critico, ironico e sprezzante il mondo in cui vivevano e a rivolgere lo sguardo al di fuori dell’Italia, per cercare di comprendere meglio se stessi e il proprio paese. Leonardo Sciascia racconta del forte senso di libertà che circolava nella redazione, il che fece di «Omnibus» un giornale più antifascista degli stessi foglietti clandestini. Non a caso Longanesi era costretto, quasi settimanalmente, a “correre” al Ministero della Cultura Popolare (Minculpop) per mendicare il permesso di continuare le pubblicazioni.
Pubblicato fino al gennaio 1939, quando la censura ne ordinò la sospensione (a causa di un irriverente articolo di Alberto Savinio intitolato Il sorbetto di Leopardi, fig. 1), «Omnibus» si colloca in un contesto storico quanto mai definito. Non solo siamo in pieno regime fascista, ma proprio negli anni a ridosso della guerra, quando l’alleanza con la Germania si andava concretizzando nel Patto d’Acciaio, quando anche in Italia venivano introdotte le leggi razziali, quando la censura si faceva sempre più capillare, a sostegno di una propaganda che non mirava più a «forgiare lo spirito della nuova Italia mussoliniana», ma a consolidare il consenso popolare nei confronti del regime e a legittimare una politica estera sempre più aggressiva.

Fig. 1. Il sorbetto di Leopardi («Omnibus», III, 4, 28 gennaio 1939, p. 3). |
Ciononostante «Omnibus» risulta un prodotto anomalo: «un giornale a due livelli: fascista di fuori (negli articoli politici), sprezzantemente iconoclasta nel fondo» (secondo il giudizio di Nello Ajello). «Una trincea all’ombra del regime» come invece amava definirlo Leo Longanesi, ma pronto a cogliere tutte le contraddittorie sfaccettature del fascismo e della società italiana di quell’epoca.
Tuttavia i vizi casalinghi non costituiscono l’unico bersaglio della satira di «Omnibus»: le ironiche punture di spillo varcano i confini nazionali per colpire la Spagna repubblicana, la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, in buona sostanza “i nemici” dell’Italia fascista.
Tra i tanti percorsi possibili per ricostruire numero dopo numero la storia raccontata da questo singolare settimanale si è scelto quello che attraversa il mondo anglosassone per quel misto di attrazione e repulsione che fotografa assai bene gli atteggiamenti mentali e culturali dell’Italia di quel tempo. Affidandoci soprattutto all’aspetto più innovativo di «Omnibus»: l’uso disinvolto, caustico e ironico, delle immagini iconografiche.
Con una lente di ingrandimento che ingigantisce i difetti di ciò che mette a fuoco «Omnibus» entra maliziosamente in casa di inglesi e americani puntando direttamente verso la “cesta dei panni sporchi”. E così il mondo anglosassone viene spietatamente ridicolizzato, attraverso il finto occhio innocente e fanciullesco di chi guarda le magagne e le ipocrisie del mondo degli adulti.
Gran Bretagna e Stati Uniti non solo erano gli avversari politici del momento, ma anche e soprattutto rappresentavano agli occhi di Leo Longanesi quelle uggiose nebbie del nord che per nessun motivo dovevano offuscare il caldo sole mediterraneo. Erano realtà antropologiche, cioè, depositarie di valori e modelli di comportamento, incomprensibili se non ridicoli agli occhi degli Italiani.
L’ingiustizia sociale su cui si reggevano tanto la società inglese quanto quella americana (pur avendo origini e manifestazioni diverse) accomunava questi due paesi cugini, che, con spocchiosa presunzione, si dichiaravano massima espressione della civiltà moderna e della democrazia (fig. 2).
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Fig. 2. “Le due ‘grandi democrazie’”. La fotografia («Omnibus» I, 29, 16 ottobre 1937, p. 1) ha come unico intento quello di colpire con l’arma del ridicolo le insopportabili rivali del fascismo, le democrazie occidentali appunto, ritraendo due giovani donne dall’espressione decisamente poco intelligente, la cui obesità è messa in risalto dallo scamiciatino a fiori che indossano. |
Ma poi, grattata via la superficie, «Omnibus» scopriva il volto crudele di un impero tentacolare, avido e ipocrita, che tingeva di rosa mezzo atlante geografico. Tra gli innumerevoli interventi che affrontano l’attività politica e diplomatica imperialista del governo di Sua Maestà britannica, l’articolo di John Antinori Mortimer, Conserva di conservatori, rappresenta un interessante elemento di sinergia tra testo e immagine. Questo messaggio visivo racchiude in sé il tema dell’imperialismo inglese, quell’aspetto della politica britannica che è forse il più duramente attaccato e il più sottilmente deriso a causa delle innumerevoli contraddizioni che racchiude.
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Fig. 3. “Le Indie sotto la corona imperiale”. Ironica denuncia della condizione di miseria in cui versa la popolazione dell’India, ma anche impietosa allusione allo stato di sudditanza ad un paese cosiddetto “democratico” sotto cui il subcontinente indiano è costretto a vivere («Omnibus», I, 2, 10 aprile 1937, p. 1). |
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Le due fotografie poste in successione una sotto l’altra mostrano in primo piano una corona reale, e una gracile donna indiana miseramente vestita che si trascina sotto due pesi. La didascalia che accompagna la sequenza illustra il significato del messaggio visivo: “Le Indie sotto la corona imperiale” (fig. 3).
Significativo può risultare il confronto tra la fig. 3 e un’altra apparsa poche settimane dopo che porta il titolo di “Il primo specchio” (fig. 4). In essa si può ammirare un gruppo di giovani somali mentre si bagnano in uno specchio d’acqua: in primo piano risaltano due belle giovani sorridenti a seno scoperto. Il messaggio, neppure tanto subliminale, appare chiaro; da un lato lo sfruttamento brutale delle colonie da parte dell’Impero Britannico, dall’altra il quadro idilliaco di colonie che, sotto il dominio italiano, preservano la loro integrità e la loro bellezza.

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Fig. 4. “Il primo specchio”
(«Omnibus, I, 6, 8 maggio 1937,
p. 4). |
In «Omnibus» l’acido corrosivo dell’ironia è versato senza alcuna parsimonia allo scopo di demolire ad uno ad uno i pilastri su cui si regge l’impero di Sua Maestà britannica attraverso una strategia che agisce per contrasto. Viene attenuata ogni enfasi sulle “virtù” dell’Italia mussoliniana, ma contemporaneamente si punta a screditare e mettere alla berlina gli antagonisti, cogliendoli in fallo o semplicemente ingigantendo alcuni loro “difetti”. Difetti, si badi, derivati piuttosto da luoghi comuni che non da una effettiva corrispondenza con la realtà. Una strategia sistematicamente usata da «Omnibus» per costruire l’identità nazionale sulle macerie di quella altrui.
In questa prospettiva l’isola di Albione è presentata, al pubblico dei lettori di «Omnibus», popolata da politici ipocriti, obsoleti, fuori dal tempo (spesso e volentieri colti in atteggiamenti offensivi e ridicoli, figg. 5-8),
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| Fig. 5: “Ispirazioni di Lloyd George” («Omnibus», II, 1, 1 gennaio 1938, p. 3). |
Fig. 6. “Neville Chamberlain salta gli ostacoli” («Omnibus», II, 6, 5 febbraio 1938, p. 8). |
Fig. 7. “Londra: al museo di fantocci di Madame Tussaud si passa nel magazzino dei personaggi tramontati, Anthony Eden” («Omnibus», II, 9, 26 febbraio 1938, p. 1). |
Fig. 8. “Downing Street, n. 10: Neville Chamberlain e la consorte escono di casa” («Omnibus», II, 41, 8 ottobre 1938, p. 3). |
oppure da snob aristocratici che sono una patetica parodia di se stessi (fig. 9), da finti filantropi (fig. 10),
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Fig. 9 “L’ultimo Lord” («Omnibus», I, 39, 23 dicembre 1937, p. 4). |
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Fig. 10. “Pittura coloniale delle vecchie inglesi” («Omnibus», I, 30, 23 ottobre 1937, p. 3). |
e da rispettabili borghesi che oziano nelle country-houses. Tutti egualmente egoisti ed indifferenti di fronte ai tanti connazionali che stentano quotidianamente nelle miniere di carbone o nei fetidi slums cittadini tra tristezza e miseria. Disuguaglianza e ingiustizia sociale fissata con grande forza ironica nella foto dal titolo eloquente “Le grandi democrazie – contrasti (Inghilterra 1937)”: accanto a due piccoli futuri Lord, in cilindro e tight, vengono immortalati tre loro coetanei, il cui abbigliamento rivela la provenienza dalla lower class, probabili figli di quei disoccupati, che rappresentavano un’ampia fascia della popolazione inglese dell’epoca (fig. 11).
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Fig. 11. “Le grandi democrazie – contrasti (Inghilterra 1937)” («Omnibus», I, 16, 17 luglio 1937, p. 1). Questa foto apparve anche su «Life» (Aug., 2, 1937, pp. 54-55): The camera overseas: Eton beats Harrow seven wickets at Lord’s. Si trattava di un servizio fotografico sulla annuale sfida di cricket tra le università di Eton e Harrow e la didascalia che accompagnava questa foto riportava testualmente: Young Etonians wore black top hats with the same tailless Eton jackets and Eton collars worn by youg Harrow boys. The two outside the Lord’s gate ignored village boys. |
Alla penna di Mario Praz, il grande studioso della letteratura inglese, è affidata una ironica rivisitazione dei riti e dei miti della rispettabilità borghese dell’Inghilterra degli anni Trenta. Nell’articolo intitolato La casa di campagna (II, 40, 1.10.1938, p. 5) si ironizza sui simboli sovrani del decoro bucolico: la country-house (il più delle volte senza gusto), il caminetto, la poltrona, l’amore per gli animali e per la natura. L’articolo al solito è accompagnato da una maliziosa fotografia a corredo delle graffianti e impietose osservazioni, con la didascalia “Il richiamo della foresta” (fig. 12). La foto inquadra una anziana signora, in una stalla, che legge accanto ad una mucca e una giovane donna che dipinge la scena su un quadro. La sottile ironia di questa fotografia si rivela in concomitanza con la lettura del testo: le due donne, sicuramente appartenenti alla classe borghese, nella loro grettezza di vedute si compiacciono della campagna in cui trascorrono il fine settimana nell’illusione di essere a contatto con la natura selvaggia.
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Fig. 12. “Il richiamo della foresta” («Omnibus», II, 40,
1 ottobre 1938, p. 5). |
La spiritosa e cattivissima giornalista americana Elsa Maxwell si incarica di sbeffeggiare per «Omnibus» le espressioni più vistose del proverbiale snobismo dell’aristocrazia inglese: la pronuncia oxfordiana, i ricevimenti, il week-end in campagna, il bridge, le regate, la caccia alla volpe, l’istituzione monarchica nel suo complesso colpita con sadica perfidia nella rievocazione della scandalosa vicenda tra Edoardo VIII e Walli Simpson. L’articolo è accompagnato da un contrappunto visivo: “Trastulli dell’aristocrazia inglese” (fig. 13), in cui compaiono, da sinistra a destra: l’Angelo di Melozzo da Forlì (Lady Moira Coombe); la Madonna del Vivarini (Lady Cynthia Asquith), e la signora Carl Bendix come ninfa del Botticelli. La foto sembra voler sottolineare la mancanza del senso del ridicolo di alcune dame dell’alta società inglese che giocano ad interpretare i personaggi dei dipinti di tre famosi pittori italiani.
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Fig. 13. “Trastulli dell’aristocrazia inglese” («Omnibus», I, 34, 10 novembre 1937, p. 1). |
Ben altri “vizi privati e pubbliche virtù” (che vanno letti in chiave antifrastica, ovviamente) sono riassunti in un altro articolo di John Antinori Mortimer dal titolo allusivo Addio Inghilterra (1937). Quel paese – ci ricorda continuamente l’autore – sotto le spoglie di un candido e dolce angelo, nasconde le sembianze di mostro «dal cuore tenero e dai talloni duri, dalle mani candide e dalle unghie a punta, dalla fronte bianca e dal cuore opaco, dagli occhi chiari e dallo sguardo cupo, dalle labbra rosee e dalla bocca vorace», un mostro che divora «milioni di poveri natives sparsi nel mondo nell’ombra rossa dell’Union Jack [...] e che mitraglia, col sorriso sulle labbra, i poveri paria di pelle scura e di pelle bianca che portan tatuata sul dorso la carta geografica e politica del British Empire». E se si vuole scoprire «per chi milioni di paria si asfissiano in fondo alle miniere, marciscono nell’acqua, bruciano nelle fornaci, si intossicano nelle officine», «Omnibus» suggerisce di ammirare lo splendido esemplare di umana bellezza, frutto dell’eugenismo e dell’estetica anglosassone fissato nell’immagine che accompagna questo titolo: la Venus Britannica (fig. 14).
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Fig. 14. Venus Britannica («Omnibus» I, 6, 8 maggio 1937, p. 5). |
Fig. 15. “Educazione premilitare in Inghilterra - Studenti del Royal College durante le prove del ballo ‘Gioventù fiammante’ all’Albert Hall di Londra l’ultima notte dell’anno” («Omnibus» II, 1, 1 gennaio 1938, p. 2). |
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Come uomini vili, rammolliti, con una spiccata tendenza all’omosessualità, non abbastanza virili da costruire un esercito che serva la patria sono dipinti i rappresentati del sesso forte che abitano al di là della Manica. È questo uno dei temi preferiti di «Omnibus», che si diverte a ironizzare pesantemente sulle forze armate britanniche. Manlio Lupinacci, in un articolo dedicato alle forze armate inglesi intitolato War Office, elenca, forzandone la portata, una serie di notizie tendenti a sottolineare l’incuria, lo stato di retrogrado conservatorismo, i conflitti di competenza che travagliano l’esercito di Sua Maestà Britannica, lasciato andare alla deriva dall’indolenza generale e dal dilettantismo degli ufficiali. Una deriva a cui si è giunti anche grazie alla trovata del ministro della guerra, Hore Belisha, che per incoraggiare i giovani ad arruolarsi propone di riorganizzare l’esercito sulla base di un modello di vita borghese: «parate no, perché sono faticose; bottoniere da lustrare no, perché è tempo perso; uscita in borghese per star più liberi ... ancora un altro po’ di incoraggiamento – commenta il giornalista – e si arriverà al soldato che dorme a casa e la mattina alle nove si presenta in caserma a firmare il foglio di presenza». Sull’imborghesimento dei soldati britannici si veda anche la spiritosa foto in fig. 15, “Educazione premilitare in Inghilterra - Studenti del Royal College durante le prove del ballo ‘Gioventù fiammante’ all’Albert Hall di Londra l’ultima notte dell’anno”, in cui si possono ammirare tre giovanotti “en travesti” che mostrano, con sorriso ammiccante e soddisfatto, il reggicalze.
La cattiva luce in cui veniva dunque presentato l’esercito britannico faceva tanto più presa sui lettori italiani, dal momento che nell’Italia fascista i valori militari, la forza fisica del soldato, il rispetto della disciplina, la difesa della patria erano i capisaldi della propaganda ufficiale, in quel momento più che mai martellante, visto che in Europa il rullio dei tamburi di guerra andava facendosi di giorno in giorno più forte.
Le figg. 16-20 sono una carrellata di immagini dedicata alla scarsa marzialità dell’esercito britannico:

Fig. 16. “Inghilterra – venditore di gelati e truppe di colore durante le manovre” («Omnibus», II, 39, 24 settembre 1938, p. 6). |

Fig. 17. Esercito e marina su carri in maschera: “Il carro mascherato dell’esercito e della marina inglese sfila per le vie di Southend” («Omnibus», I, 24, 11 settembre 1937, p. 3). |
Fig. 18. Un uomo da un gruppo di fantocci ne prende uno, lo porta in spalla trascinandosi con passo rassegnato – i fantocci sarebbero, secondo la didascalia, le nuove reclute dell’esercito: “Riarmo britannico – Giungono sempre nuove reclute nelle caserme” («Omnibus» I, 1, 3 aprile 1937,
p. 2). |
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Fig. 19. Un gregge di pecore in primo piano e sullo sfondo soldati a piedi e in bicicletta accompagnati dalla didascalia: “Truppe inglesi” («Omnibus» I, 37, 11 dicembre 1937, p. 1). |
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Fig. 20. Un gruppo di soldati inglesi in mutande, sconfitti dai Boeri in Sudafrica, fanno ritorno ai loro reggimenti (“Transvaal 1901 – Soldati inglesi disarmati, spogliati e rinviati in camicia ai loro reggimenti dopo una battaglia”, «Omnibus» II, 9, 26 febbraio 1938, p. 5). |
Superfluo ricordare che di lì a pochi anni il generale Montgomery ad El Alamein avrebbe raggelato i sorrisi ironici di compiacimento di molta parte della redazione della rivista.
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Fig. 21. Le Inglesi («Omnibus» I, 20, 14 agosto 1937, p. 1). |
E le donne inglesi? Egoiste e autoritarie, prive di femminilità e dolcezza, non abbastanza donne da creare nuclei famigliari armonici e uniti. Questa almeno la tesi di Paolo Monelli nell’articolo Le inglesi (Fig. 21), che azzarda giudizi un po’ avventati dipingendo la donna inglese come «uno strano essere ambiguo, donna soltanto alle sue ore, ed altrimenti un altro tipo d’uomo, un uomo senza peli sul mento e con quella capacità di far figlioli (quando li vuol fare)».
La responsabilità va attribuita all’emancipazione femminile che ha portato la donna anglosassone ad assomigliare sempre più all’uomo, soprattutto nell’aspetto fisico: ella è stata «la prima donna europea a menar gran guerra agli attributi femminili, petto florido e rotondità sessili ed anche possenti». Se a ciò si aggiunge poi che è «dotata di un gelido self-control, ma al tempo stesso di un impetuoso abbandono nella passione amorosa; che è intellettualmente superiore e di spirito più abile dell’uomo», si può ben capire come il maschio vada perdendo, «per smarrimento e per timore dinanzi ad una tal creatura, la sua virilità preferendo spesso una buona bevuta ad un’avventura amorosa» o dedicandosi all’ideale ellenico dell’amicizia.
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Fig. 22. “Inglesi in casa: Cunliffe, Britton e W. Cook, campioni della squadra Everton, nel loro appartamento a Bushey” («Omnibus» II, 5, 29 gennaio 1938, p. 1). |
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L’omosessualità, allusa più o meno velatamente, della società anglosassone era un aspetto che suscitava maggior ilarità nel lettore italiano di quel periodo cresciuto nel culto della virilità e del machismo. Un’allusione alquanto scanzonata all’omosessualità maschile inglese è eloquentemente rappresentata dall’immagine di tre uomini che fanno il bagno nella stessa vasca (fig. 22).
Dell’altra parte dell’Atlantico «Omnibus» è attento a cogliere soprattutto i mille volti che la società americana mostra con disinvolta, impudente contraddizione. Ne esce l’immagine di un paese quasi irreale, che sembra non avere nulla in comune con la realtà quotidiana dell’italiano medio di allora, una immagine metafisica, un’immagine di sogno. Non a caso uno dei più interessanti interventi dedicati agli USA è un reportage di un viaggio di Giorgio De Chirico (Metafisica dell’America, II, 41, 8 ottobre 1938, p. 3) a New York nella cui architettura il pittore-giornalista coglie una atmosfera surreale a suo tempo immortalata nelle icone dei suoi Manichini seduti. L’articolo è accompagnato dal seguente servizio fotografico ricavato dalla rivista «Life» e naturalmente decontestualizzato rispetto al punto di partenza (figg. 23-27).
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Fig. 23. “Cinzia ovvero la giornata di una aristocratica newyorchese ricostruita con un manichino.
1. Toeletta di Cinzia”. |
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Fig. 24. “2. Cinzia apre gli inviti per la giornata”. |
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Fig. 25. “3. Cinzia a una rappresentazione di ‘Madame Bovary’ al teatro Broadhurst”. |
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Fig. 26. “4. Cinzia dopo il teatro”. |
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Fig. 27. “5. Languore notturno di Cinzia” («Omnibus», II, 11, 12 marzo 1938, p. 12). |
Le pagine dedicate al commento della politica a stelle e strisce si contano sulla punta delle dita, ma quando questo avviene lasciano il segno. La polemica si rivolge essenzialmente su due versanti: l’atteggiamento aggressivo degli USA in politica estera e la politica del New Deal di Franklin Delano Roosevelt.
Dalla penna del giornalista americano Fletcher Platt (USA stato aggressivo, II, 52, 24 dicembre 1938, pp. 1-2) nasce l’atto d’accusa più spietato nei confronti dell’aggressività statunitense, la cui storia, passata e presente, dimostra come gli USA siano «la potenza più bellicosa e irragionevolmente violenta» sempre pronta ad impugnare le armi come soluzione immediata ed efficace ad ogni crisi, ma anche ipocrita e meschina nell’esprimere giudizi morali e nel rinfacciare ad altri tutto ciò di cui nel corso della sua storia si è resa colpevole (il genocidio dei nativi, la discriminazione razziale, il sistematico linciaggio dei neri, l’America latina trasformata «in una riserva di caccia»).
L’altro bersaglio frequentato dai pennini velenosi di «Omnibus» è F.D. Roosevelt. In due articoli (Blair Bolles, Quanto costa Roosevelt, II, 13, 26 marzo 1938, pp. 1-2; Channing Pollock, La paura americana, II, 47, 19 novembre 1938, pp. 1-2) del presidente e del primo attore del New Deal viene offerto un ritratto impietoso.

Fig. 28. “I due solitari”
(«Omnibus», II, 20, 14 maggio 1938, p. 4).
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L’amico del popolo, l’amico dei poveri è in realtà un inguaribile sperperatore del denaro che i cittadini versano con immensi sacrifici nelle casse federali, che sa godersi la vita e i piaceri della tavola in banchetti e ricevimenti. Con perfido sarcasmo gli innumerevoli servizi fotografici a lui dedicati ritraggono un volto sorridente e ben pasciuto che sembra dirla lunga sulla sua reale preoccupazione nei confronti della recessione del paese. Il ritratto del presidente della maggior potenza d’oltre oceano si trasforma in quella di un istrione che è riuscito ad ingannare un’intera nazione attraverso il trucco del New Deal e a gettarla senza scrupoli nello sconforto generale per soddisfare i suoi capricci sfruttando abilmente e cinicamente l’ingenuità di tanti americani (fig. 28).
Un processo denigratorio nei confronti della politica economica di Roosevelt che passa anche per canali più sottili e meno diretti, affidati alle immagini fotografiche, ai racconti, agli articoli giornalistici “d’ambiente”, ai pezzi di “colore”, che fissano situazioni di vita della gente comune (fig. 29), storie di degrado morale (fig. 30),
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Fig. 30. “A San Francisco – Dopo una notte di gozzoviglia, una danzatrice, trovata per strada in questo costume, è stata messa in cella” («Omnibus», I, 9, 29 maggio 1937, p. 4). |
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Fig. 29. “Coney Island (New York) – Fatiche domenicali” («Omnibus», II, 30, 29 luglio 1938, p. 5). |
di miseria (fig. 31), di disperazione (fig. 32), di ignoranza e di emarginazione in contrasto con l’ottimismo e la fiducia connessi al messaggio rooseveltiano.

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Fig. 32. “Un giovane è uscito per le vie di Baltimora (USA) con appeso questo cartello: «Un uomo bianco schiavo…Sono in vendita al maggior offerente…Ho scritto due libri, devo avere lavoro altrimenti morirò di fame» («Omnibus», II, 38, 17 settembre 1938, p. 2). |
| Fig. 31. “Stati Uniti – Interno di una cucina popolare americana” («Omnibus», II, 43, 22 ottobre 1938, p. 7). |
Omnibus lascia spazio ad innumerevoli articoli, racconti, romanzi, note di costume e pettegolezzi che concorrono a “fotografare” i più disparati aspetti di una società giovane, folle, ingenua alle volte, ma molto spesso presuntuosa, cinica ed aggressiva.
Ecco allora le storie di magnati del petrolio, di businessmen senza scrupoli, di attrici vestite di paillette: un vorticoso frastuono di energie, di ottimismo di allegra spensieratezza che tenta di ricoprire con non curanza i sotterranei disagi di una società attraversata da un serpeggiante malessere sociale e da una diffusa decadenza morale. A cominciare dal rapporto tra i sessi. Questo almeno è quanto vuole suggerire Alberto Moravia nelle Americane (I, 22, 28.8.1937, pp. 1-2), un reportage che si propone di dimostrare la fattura matriarcale della società americana dovuta alla superiorità delle donne per potenzialità intellettiva e bellezza fisica nei confronti dei rappresentanti dell’altro sesso dipinti generalmente come «tardivi, ingenui, grossolani, ottusi». Una posizione di superiorità diffusa all’interno di un sistema di vita che tende alla massificazione, ma che esce soccombente se paragonata a quella europea: «le americane sono graziose, fresche, vivaci, bizzarre, anche eccitanti in maniera curiosamente innocente e peccaminosa ma non belle, perché la bellezza è unica, mentre qui tutto è in serie, persino le donne».
Innumerevoli sono le foto di donne d’oltreoceano che compaiono su «Omnibus» con la funzione di sottolineare anche dal punto di vista iconografico questa terra di eccessi e di contrasti. Ecco una carrellata esemplificativa: in fig. 33, su uno sfondo metropolitano si libra nell’aria l’imponente massa di una donna non più giovanissima che tra uno svolazzo di veli mette in mostra due possenti cosce da palestrata.
La rassegna di ritratti femminili raccolti sotto il titolo Donne americane (fig. 34) raffigura personaggi a vario titolo pubblici, accomunati da questo messaggio subliminale che li accompagna: l’impegno civile, politico, sociale, culturale si sconta con la perdita della femminilità.
Lo stesso destino accomuna anche le francesi (fig. 35) e le tedesche (figg. 36, 37),[3] ma lascia ovviamente indenni le donne italiane colte in atteggiamenti di eleganza e compostezza (fig. 38).
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Fig. 33. “Ninfa anziana che si solleva
nell’aere californiano
al primo tepore
della primavera”
(«Omnibus» II, 15, 9 aprile 1938, p. 6). |
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Fig. 34. Da sinistra in alto, in senso orario: “John Ary – del partito democratico del Kansas”, “Harvey Wiley – presidentessa del partito nazionale femminista”, “‘Aunt’ Mollie Jackson – propagandista sociale”, “Minnie
M. Fiske – attrice femminista”, “M. Thompson – democratica”, “Jane Addams – oratrice politica”, “Emily B. Newell – democratica”, “Jessie E. Scott – reporter del partito democratico”, “A. Du Puy - giornalista” («Omnibus» I, 29, 16 ottobre 1937, p. 12). |
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Fig. 35. “Le francesi. Un «bal musette»” («Omnibus», I, 23, 4 settembre 1937, p. 1). |
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Fig. 36. “Le tedesche” («Omnibus», I, 18, 31 luglio 1937, p. 1). |
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Fig. 37. “Le tedesche” («Omnibus», I, 18, 31 luglio 1937, p. 2). |
Fig. 38. “Lezioni di ginnastica ritmica alle giovani fasciste” («Omnibus», I, 25, 18 settembre 1937, p. 4) |
Terra di grande pragmatismo, cresciuta nel culto della scienza e della tecnologia, l’America vive anche il contrasto tra sviluppo economico e l’irrazionalità mistica (non priva di espressioni religiose primitive e pagane) che va a colmare il vuoto creato da una vita basata esclusivamente sul metro dei valori e delle leggi del mercato come sembra suggerire la foto che accompagna l’articolo di Moravia (L’uomo americano, I, 8, 22.5.1937, p. 6) dal titolo Misticismo americano (fig. 39).
Così come la civiltà americana, all’avanguardia in moltissimi campi tecnico-scientifici, la più razionale del mondo moderno, a volte è attraversata da ondate di irrazionalismo ridicolo che viene sarcasticamente irriso in fig. 40, dove compare una congerie di elementi che rappresenta esemplarmente la contraddizione degli americani sempre in bilico tra scienza e superstizione.
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Fig. 39. “Misticismo americano” («Omnibus» I, 8, 22 maggio 1937, p. 6). |
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| Fig. 40. “Los Angeles. Il dottor Carlo A. Wickland e sua moglie Anna cercano “l’invisibile” di un paziente con l’aiuto di una macchina elettrostatica chiusa in una scatola di vetro formata da due dischi di cristallo. Essi dicono di aver sentito l’anima di Sir Arturo Conan Doyle chiamare la signora Anna” («Omnibus», II, 19, 7 maggio 1938, p. 4). |
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Una caotica, variopinta anarchia di violenze, di scioperi, di divorzi, di processi, di gangsters che vanno a formare un paese e una società che dietro ai miti del progresso, della scienza e del denaro nasconde al fondo gli istinti più barbari e primitivi (figg. 41-44).

Fig. 41. Dall’alto in basso: “New York, domenica 18 aprile 1937”; “Londra, domenica 18 aprile 1937”; “Parigi, domenica 18 aprile 1937” («Omnibus», I, 4, 24 aprile 1937, p. 1). |
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Fig. 42. “Acron (Ohio). La polizia spara sui dimostranti con proiettili a gas lacrimogeni e nauseanti” («Omnibus», II, 27, 2 luglio 1938, p. 4). |
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Fig. 43. “Filadelfia (U.S.A.). Donne simpatizzanti cogli spazzini in sciopero, insultano la polizia” («Omnibus», II, 48, 26 novembre 1938, p. 2). |
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Fig. 44. “Esercito e nazione negli U.S.A.
Scontri fra operai e guardie a Detroit”
(«Omnibus», II, 17, 23 aprile 1938, p. 2). |
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Queste sono dunque la Gran Bretagna e l’America raccontate da «Omnibus» e per dipingere il quadro agro-dolce che rappresenta il regno di Sua Maestà Britannica e la patria del dollaro, «Omnibus» estrae dal suo magico cappello a cilindro fotografie, articoli, reportage, curiosità, note di costume, recensioni di film e opere teatrali, decine di racconti, romanzi (La ragazza dagli occhi d’argento di Dashiel Hammett tradotto da Elio Vittorini/Lidia Rodocanachi) e recensioni di libri di autori ormai notissimi (Vitaliano Brancati, Joyce e la signorina, II, 24, 11.6.1938, p. 7) o che si affacciano per la prima volta alla curiosità del lettore italiano. Un mix del tutto nuovo e rivoluzionario per il giornalismo nostrano che il “reazionario” direttore di «Omnibus» aveva ideato seguendo, reinventandola però, la ricetta proveniente proprio dal giornalismo anglosassone.
Tutto ciò rende «Omnibus» un unicum spurio e anomalo che oggi è possibile ammirare grazie all’intuizione e all’estro inventivo di Leo Longanesi e dei brillanti collaboratori che si prestarono a dargli anima e corpo negli anni tormentati tra le due guerre. |